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Commissione: dibattito sul futuro della difesa europea

Per alimentare la discussione sulla direzione che prenderà l’Europa a 27, la Commissione ha tenuto un dibattito orientativo sul futuro della difesa europea. Fin dall’insediamento la Commissione Juncker ha annoverato fra le priorità un’Europa più forte in materia di sicurezza e di difesa. Nel discorso del 2016 sullo stato dell’Unione il Presidente Juncker ha annunciato la creazione di un fondo europeo per la difesa, annunciando: “l’Europa non può più permettersi di affidarsi alla potenza militare altrui. (…) Per una difesa europea forte è necessaria un’industria della difesa innovativa.” In una fase in cui la situazione della sicurezza nel vicinato dell’Europa va deteriorandosi e in cui solidi motivi economici spingono gli Stati membri dell’UE a intensificare la cooperazione nella spesa per la difesa, la Commissione ritiene che sia giunto il momento di avanzare verso un’Unione della sicurezza e della difesa. L’Alta rappresentante/Vicepresidente Federica Mogherini ha dichiarato: “La sicurezza e la difesa sono per l’Unione europea priorità perché tali sono per tutti i nostri concittadini. Dall’anno scorso continuiamo a potenziare la nostra difesa europea per affermarci con sempre maggior efficacia come garanti della sicurezza sia all’interno sia all’esterno dei nostri confini, investendo più risorse, intensificando la cooperazione fra gli Stati membri e avviandoci verso una cooperazione più stretta con la NATO. Il mondo che ci circonda è in rapido mutamento e ogni giorno ci attendono nuove sfide: siamo l’Unione europea, e in quanto tale dobbiamo assumerci la responsabilità di rispondervi.” Jyrki Katainen, Vicepresidente responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha aggiunto: “Per rafforzare la politica europea di sicurezza e di difesa è necessario servirsi in modo più efficiente dei bilanci per la difesa a disposizione. Le decisioni sugli investimenti nelle capacità di difesa restano nelle mani degli Stati membri e per la difesa il bilancio dell’Unione europea non può sostituirsi a quello degli Stati membri. Nondimeno, solidissimi motivi economici e industriali spingono a intensificare la cooperazione, per esempio riguardo alla ricerca e alle commesse della difesa. Nella misura in cui i bilanci nazionali restano sotto pressione, s’impone maggiore efficienza sia nella spesa per la difesa che nello sfruttamento delle relative capacità.” L’odierno dibattito orientativo concorrerà a guidare i lavori della Commissione nelle settimane a venire. Prima della conferenza europea ad alto livello sulla difesa e la sicurezza, che si terrà il 7 giugno a Praga, la Commissione varerà il fondo europeo per la difesa annunciato a novembre 2016 nel piano d’azione europeo in materia di difesa. In parallelo presenterà un documento di riflessione a più lungo termine nel quale indicherà gli scenari possibili per il futuro del settore della difesa europea, che s’iscrive nell’ambito del dibattito sul futuro dell’UE a 27 avviato il 1º marzo 2017 con il Libro bianco della Commissione sul futuro dell’Europa. Solidi motivi spingono a intensificare nell’UE la cooperazione nella sicurezza e nella difesa. Le minacce cui l’UE deve far fronte non conoscono confini nazionali e sono sempre più consistenti: l’efficacia del contrasto passa per la collaborazione. Una difesa europea forte implica un’industria europea della difesa forte. Via via che gli Stati membri cominciano ad aumentare i bilanci per la difesa, l’UE può aiutarli a spendere in modo più efficiente. Si stima che la mancanza di cooperazione tra gli Stati membri nel settore della difesa e della sicurezza costi ogni anno tra 25 e 100 miliardi di euro. L’80 % delle commesse e oltre il 90% della ricerca e tecnologia sono limitati alla dimensione nazionale. Mettendo in comune le commesse si potrebbe risparmiare fino al 30% della spesa annuale per la difesa.(cfr. scheda informativa sui motivi a favore di una maggiore cooperazione nell’UE in materia di sicurezza e di difesa). Contesto Negli orientamenti politici del giugno 2014 il Presidente della Commissione europea JeanClaude Juncker ha dichiarato: “Ritengo che l’Europa debba essere resa più forte in termini di sicurezza e di difesa. Certo, l’Europa ha principalmente un potere di persuasione, ma a lungo andare anche il potere di per- 9 suasione più forte ha bisogno di un minimo di capacità di difesa integrate.” Il Presidente Juncker ha annunciato la creazione di un fondo europeo per la difesa nel discorso del 2016 sullo stato dell’Unione; in occasione del vertice di Bratislava del settembre 2016 i capi di Stato e di governo di 27 Stati membri hanno concluso: “Abbiamo bisogno dell’UE per garantire non solo la pace e la democrazia ma anche la sicurezza del nostro popolo.” In un difficile contesto geopolitico, hanno convenuto sulla necessità di rafforzare la cooperazione dell’UE in materia di sicurezza esterna e difesa. In concreto, il Consiglio europeo del dicembre 2016 avrebbe dovuto prendere una “decisione su un piano di attuazione concreto in materia di sicurezza e difesa e sui modi per utilizzare al meglio le possibilità offerte dai trattati, in particolare in materia di capacità.” Il 30 novembre 2016 la Commissione europea ha presentato il piano d’azione europeo in materia di difesa, nel quale illustra come un fondo europeo per la difesa e altre iniziative siano in grado di rendere più efficiente la spesa degli Stati membri per le capacità di difesa comuni, rafforzare la sicurezza dei cittadini europei e promuovere una base industriale competitiva e innovativa. L’iniziativa è stata accolta con favore dai leader dell’UE in occasione del Consiglio europeo del dicembre 2016 e del marzo 2017 e la Commissione è stata incaricata di presentare proposte prima dell’estate 2017. Il piano d’azione europeo in materia di difesa è parte di un più ampio pacchetto di misure per la difesa concordato dall’UE a 27 a Bratislava: è complementare agli altri due fili conduttori: il piano di attuazione della strategia globale in materia di sicurezza e di difesa, che definisce un nuovo grado di ambizione per l’Unione e individua una serie di azioni finalizzate alla sua realizzazione, e l’attuazione della dichiarazione congiunta UE-NATO firmata dal Presidente del Consiglio europeo, dal Presidente della Commissione e dal Segretario generale della NATO. È in fase di attuazione una serie comune di 42 proposte nelle 7 aree individuate nella dichiarazione di Varsavia, tra cui le minacce ibride, che sono collegate anche al quadro congiunto dell’aprile 2016 per contrastare le minacce ibride, basato a sua volta sull’agenda europea sulla sicurezza adottata dalla Commissione nell’aprile 2015. I lavori su questi due fili conduttori progrediscono a un ritmo sostenuto: solo la settimana scorsa, i ministri della difesa dell’UE hanno adottato conclusioni intese a portare avanti i lavori in vista del Consiglio europeo di giugno. Con la dichiarazione di Roma adottata il 25 marzo 2017 i leader dell’UE si sono impegnati ad adoperarsi per realizzare un’UE a 27 che contribuisca alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata e che rafforzi la propria sicurezza e difesa comune in cooperazione e complementarità con la NATO. Il Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato il 1º marzo 2017 ha esposto le principali sfide e opportunità che si profilano per l’Europa nel prossimo decennio. Il Libro bianco ha segnato l’inizio di un processo in cui l’UE a 27 deciderà il futuro dell’Unione. Per stimolare la discussione la Commissione europea ospiterà, insieme al Parlamento europeo e agli Stati membri interessati, una serie di dibattiti sul futuro dell’Europa che avranno luogo nelle città e nelle regioni del continente. Il Libro bianco è integrato da una serie di documenti di riflessione su: dimensione sociale dell’Europa (26 aprile 2017) gestione della globalizzazione (10 maggio 2017) approfondimento dell’Unione economica e monetaria, in base alla relazione dei cinque presidenti del giugno 2015 (previsto per il 31 maggio 2017) futuro della difesa europea (previsto per il 7 giugno 2017) futuro delle finanze dell’UE (previsto per fine giugno 2017).

La Commissione avvia la riflessione sulla globalizzazione

Dopo il Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato il 1° marzo, la Commissione ha pubblicato il documento di riflessione sulla gestione della globalizzazione. Sulla base di una valutazione equa dei vantaggi e degli aspetti negativi della globalizzazione, il documento pubblicato intende avviare il dibattito sul modo in cui l’UE e i suoi Stati membri possono orientare la globalizzazione in modo da anticipare il futuro e migliorare la vita degli europei. Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione europea, ha dichiarato: “La globalizzazione nel complesso fa bene all’economia europea, ma, se i benefici non sono ripartiti equamente e in modo più omogeneo, ciò non apporta niente ai nostri cittadini. L’Europa deve contribuire a riscrivere le regole a livello mondiale, affinché il libero commercio sia anche un commercio equo. Affinché la globalizzazione diventi sostenibile e crei benessere per tutti gli europei. Al tempo stesso dobbiamo concentrare le nostre politiche sui modi per favorire l’accesso dei cittadini all’istruzione e alle competenze di cui hanno bisogno per tenere il passo con l’evoluzione delle nostre economie. Una migliore ridistribuzione contribuirà a garantire la coesione sociale e la solidarietà su cui l’Unione si fonda.” Jyrki Katainen, Vicepresidente responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, ha commentato: “La globalizzazione è una forza formidabile che crea benefici per l’Europa e per il resto del mondo, ma genera anche tante sfide. Per preservare i benefici dell’apertura, ma anche per affrontarne gli inconvenienti, l’Europa deve promuovere un ordine mondiale fondato su regole, agire con determinazione contro le pratiche sleali, rendere più resilienti le nostre società e più competitive le nostre economie di fronte a un contesto in rapido mutamento.” Il documento di riflessione presenta uno sguardo onesto a ciò che la globalizzazione ha offerto all’UE. Rimane il fatto che la globalizzazione, nonostante i grandi benefici che ha apportato all’UE, è anche all’origine di numerose sfide. La globalizzazione ha aiutato centinaia di milioni di persone nel mondo a uscire dalla povertà e ha permesso ai paesi più poveri di recuperare il loro ritardo. Per quanto riguarda l’UE, il commercio mondiale ha stimolato la sua crescita economica, consentendo 1 miliardo di EUR di esportazioni supplementari a sostegno di 14 000 posti di lavoro. Le importazioni a prezzi più bassi sono andate in particolare a vantaggio delle famiglie più povere. Ma questi vantaggi non sono né automatici né equamente ripartiti tra i nostri cittadini. L’Europa risente anche del fatto che non tutti i paesi condividono le stesse norme su occupazione, ambiente o sicurezza, il che riduce la capacità delle imprese europee di competere sui prezzi con i loro omologhi stranieri. Questo può determinare la chiusura di fabbriche, la perdita di posti di lavoro o la pressione al ribasso delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro. Tuttavia, la soluzione non può essere offerta né dal protezionismo né dal laissez-faire. I dati concreti contenuti nel documento di riflessione mostrano chiaramente che una globalizzazione gestita bene può avere effetti positivi. L’UE deve assicurare una migliore distribuzione dei benefici della globalizzazione, lavorando di concerto con gli Stati membri e le regioni, nonché con i partner internazionali e le altre parti interessate. Dovremmo cogliere assieme l’opportunità di orientare la globalizzazione in linea con i nostri valori e interessi. Il documento di riflessione pubblicato apre un dibattito fondamentale su come l’UE può gestire la globalizzazione e rispondere alle opportunità che questa offre e alle sfide che pone.

- Sul fronte esterno, il documento è incentrato sulla necessità di dare forma ad un ordine mondiale realmente sostenibile, basato su norme condivise e un programma comune. L’UE ha sempre difeso norme mondiali “multilaterali” forti ed efficaci e dovrebbe continuare a svilupparle secondo modalità che consentano di affrontare le nuove sfide e di garantire l’effettiva applicazione. Ad esempio, l’UE potrebbe spingere per nuove norme per creare condizioni di parità, combattendo comportamenti deleteri e scorretti, quali l’evasione fiscale, il dumping sociale o le sovvenzioni statali. Strumenti di difesa commerciale efficaci e un tribunale multilaterale per gli investimenti potrebbero anch’essi aiutare l’UE a intervenire con determinazione nei confronti dei paesi o delle imprese che praticano la concorrenza sleale.

- Sul fronte interno, il documento propone strumenti per proteggere e dare forza ai cittadini mediante politiche sociali robuste e fornendo loro il necessario sostegno in termini di istruzione e formazione lungo tutto l’arco della vita. Politiche fiscali progressive, investimenti nell’innovazione e forti politiche di protezione sociale potrebbero contribuire a ridistribuire la ricchezza in modo più equo. Nel frattempo, l’uso dei fondi strutturali dell’UE, per assistere le regioni vulnerabili, e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (cfr. scheda sul Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione), per aiutare i lavoratori in esubero a trovare un altro posto di lavoro, possono contribuire a ridurre gli effetti negativi. Contesto Circa un terzo del nostro reddito nazionale viene prodotto grazie agli scambi commerciali con il resto del mondo. Con la crescita dei mercati esteri sono cresciute anche le esportazioni europee consentendo di sostenere i posti di lavoro. Specializzandosi nei campi in cui riescono meglio, i paesi possono produrre di più con meno, rafforzando in tal modo il potere di acquisto dei consumatori. Le persone viaggiano, lavorano, studiano e vivono liberamente in paesi diversi. Interagiscono tramite il web, condividendo idee, culture ed esperienze. Gli studenti possono accedere online a corsi offerti da università prestigiose in tutto il mondo. La concorrenza internazionale e la cooperazione scientifica hanno accelerato l’innovazione. La globalizzazione ha anche aiutato centinaia di milioni di persone a uscire dalla povertà e ha permesso ai paesi più poveri di recuperare il loro ritardo. Ma la globalizzazione è anche fonte di sfide. Molti europei temono che la globalizzazione comporti la crescita delle disuguaglianze, la perdita di posti di lavoro, l’ingiustizia sociale o una minore tutela dell’ambiente, della salute e della vita privata. Inoltre, talvolta si sentono minacciati nella loro identità, nelle loro tradizioni e nel loro modo di vivere. Occorre riconoscere e rispondere a queste preoccupazioni. Gestire la globalizzazione, plasmare il mondo in senso migliore, promuovere standard e valori elevati al di fuori dell’Europa, proteggere i cittadini europei dalle pratiche sleali e rendere le nostre società resilienti e le nostre economie più competitive: sono queste tutte le principali priorità dell’attuale Commissione. Il documento di riflessione sulla gestione della globalizzazione fa seguito al Libro bianco sul futuro dell’Europa presentato il 1° marzo, che delinea le principali sfide e opportunità per l’Europa nei prossimi dieci anni. Il Libro bianco ha segnato l’inizio di un processo in cui l’UE a 27 deciderà il futuro dell’Unione. Per stimolare la discussione la Commissione europea ospiterà, insieme al Parlamento europeo e agli Stati membri interessati, una serie di dibattiti sul futuro dell’Europa che avranno luogo nelle città e nelle regioni del continente. Il documento sulla gestione della globalizzazione sarà seguito da una serie di documenti di riflessione sui seguenti temi:

- l’approfondimento dell’Unione economica e monetaria, sulla base della relazione dei cinque presidenti del giugno 2015;

- il futuro della difesa europea;

- il futuro delle finanze dell’UE.

Il finanziamento della Nato spinge l’UE ad una nuova politica di difesa? a cura di Oreste Barletta

―Si vis pacem, para bellum‖, sostenevano un paio di millenni fa i nostri antenati dell‘antica Roma. Cioè, traduciamo letteralmente oggi: ―Se vuoi la pace, prepara la guerra‖. E‘ un detto, questo, che si potrebbe rispolverare per comprendere meglio le motivazioni alla base dell‘aumento delle spese militari in molte aree del mondo intero. Non soltanto degli Stati Uniti d‘America, della Cina e della Russia, che l‘anno scorso hanno investito in questo comparto rispettivamente 611 miliardi di dollari Washington, 215 Pechino e quasi 70 Mosca. Che in totale fa 896 miliardi, una cifra che rappresenta poco più della metà del complesso delle spese militari sostenute da tutti i Paesi del mondo nel 2016. Come sottolinea il recente Rapporto licenziato dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), il più accreditato centro di ricerche sulla pace che ha sede appunto nella capitale svedese. Quel detto latino è tornato d‘attualità in questi ultimi anni (seconda metà del secolo scorso e primi due decenni dell‘attuale) in un mondo che ribolle sempre più di conflitti armati e che, più L’Attualità di Oreste Barletta 5 che in passato, registra una crescente intensità (soprattutto nei Paesi economicamente e culturalmente più evoluti) di aspirazione alla pace. Ossia all‘antidoto tradizionale alla guerra. Alimentato, oggi più che mai, da scelte politiche e iniziative legislative di governi nazionali, regionali e locali, da attività di movimenti di opinione, da approfondimenti scientifici da parte di università e centri di ricerca. E consacrato nelle leggi fondamentali di molti Stati. Basti pensare, per esempio, alla Costituzione italiana (in vigore dal primo gennaio 1948) dove l‘articolo 11 si apre con il principio che ―L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali‖. O al Trattato di Lisbona, che dal 2009 è la legge fondamentale dell‘Unione europea. Trattato che ci spiega come egualmente l‘Ue ―definisce e attua politiche comuni e azioni, e opera per assicurare un elevato livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni internazionali al fine di preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite‖. Ma preservare la pace richiede un impegno costante e risorse finanziare cospicue. E questo è il tema al centro del confronto più recente, anche aspro, fra gli Stati membri dell‘Unione. E da quando, all‘inizio di quest‘anno, Donald Trump ha fatto irruzione sulla scena politica mondiale, il collaudato confronto spesso in punta di fioretto fra i capi di Stato e di governo europei (ma anche extra-europei) si è trasformato in uno scontro senza regole all‘ultimo sangue, politico-economico-finanziario, fra gli Stati Uniti e l‘Europa. ―Quando si dice America first – ha commentato l‘ex-premier ed expresidente della Commissione Ue Romano Prodi in un‘intervista al Messaggero – si fa saltare lo spirito su cui si reggeva il G7 e si passa a un multipolarismo non coordinato, in cui gli Stati Uniti non vogliono essere parte di un gruppo ma semplicemente FIRST‖. Saltate le regole del confronto politico generale, si fa sempre più ostico anche quello sulle spese militari. Fin dall‘insediamento, due anni e mezzo fa, la Commissione Juncker aveva indicato fra le sue priorità ―un‘Europa più forte in materia di sicurezza e di difesa. Certo, l‘Europa ha principalmente un potere di persuasione, Ma, a lungo andare, anche il potere di persuasione più forte ha bisogno di un minimo di capacità di difesa integrate‖. E l‘anno scorso, nel suo discorso sullo Stato dell‘Unione, lo stesso Juncker aveva preannunciato la creazione (ora confermata) di un fondo europeo per la difesa. ―L‘Europa non può più permettersi di affidarsi alla potenza militare altrui‖, aveva affermato. Aggiungendo subito dopo che ―per una difesa europea forte è necessaria un‘industria della difesa innovativa‖. E Federica Mogherini, alto rappresentante dell‘Ue per la politica estera e la sicurezza, più recentemente ha detto:‖E‘ dall‘anno scorso che continuiamo a potenziare la nostra difesa europea per affermarci con sempre maggiore efficacia come garanti della sicurezza sia all‘interno sia all‘esterno dei confini europei, intensificando la collaborazione fra gli Stati membri e avviandoci a una cooperazione sempre più stretta con la NATO‖. A conferma di quest‘ultimo impegno, alla fine della settimana scorsa, appena si è concluso il G7 di Taormina i capi di Stato o di governo degli Stati membri dell‘Alleanza atlantica si sono incontrati a Bruxelles per un confronto incentrato soprattutto sulla lotta al terrorismo e sulla misura della contribuzione finanziaria alla NATO da parte degli Stati che ne fanno parte. Questo è un altro cavallo di battaglia di Trump, che ha nuovamente sollecitato il rispetto da parte di tutti della quota pari al 2% del Pil nazionale concordata a suo tempo (l‘Italia contribuisce con poco più dell‘un per cento del suo prodotto interno lordo). Al termine di due mezze giornate di lavori, il segretario generale dell‘Alleanza Jens Stoltenberg ha elencato i risultati raggiunti e le decisioni assunte. Per rafforzare ulteriormente l‘impegno militare contro l‘Isis, anche la NATO entrerà direttamente nella coalizione globale che conduce la lotta sul campo contro il terrorismo. E alcuni aerei da ricognizione AWACS saranno impiegati per individuare le basi e gli spostamenti dei terroristi. In cambio la NATO, ha comunicato Stoltenberg, ha ottenuto di prendere parte alle riunioni il cui si metteranno a punto le decisioni politiche dell‘Alleanza; ed è stata decisa la costituzione di un hub, con sede a Napoli presso il Joint Force Command, per monitorare costantemente l‘area dell‘Europa meri- 6 dionale e valutare le minacce a livello regionale, compreso il terrorismo. Quanto al fondo europeo per la difesa, la NATO conta molto sull‘incremento dei contributi degli Stati membri dell‘Alleanza. ―Man mano che questo processo andrà avanti – dicono all‘Alleanza atlantica – cresceranno anche i risultati del nostro impegno per superare certe distorsioni che è necessario eliminare al più presto. Con l‘obiettivo di razionalizzare la spesa e rafforzare la cooperazione fra gli Stati membri, attualmente piuttosto sporadica. I cui costi si valutano fra 25 e 100 miliardi di euro. Mentre l‘altro obiettivo dovrebbe essere l‘abbandono della dimensione nazionale dell‘80% delle commesse potrebbe condurre ad altri risparmi molto consistenti‖.. E quanto infine al rapporto con la Russia, il segretario generale della NATO ha riaffermato il duplice tipo di approccio praticato sinora: difesa ferma da un lato e contemporaneamente dialogo significativo dall‘altro. ―Gli alleati – ha detto – resteranno fermamente insieme, attenti a non provocare conflitti, quanto piuttosto a prevenirli e a preservare la pace‖.

Il G 7 di Taormina e il ruolo dell’UE nel nuovo mondo, a cura di Marcello Pierini

Al summit piccoli passi avanti su terrorismo e migranti ma non sul clima che finisce sei contro uno. Trump e Merkel cancellano anche la conferenza stampa congiunta. Le organizzazioni internazionali formali e informali mostrano tutta la loro inadeguatezza. Nulla che non si sapesse già ma prenderne coscienza significa modificare i comportamenti pubblici.

Sulle origini del G7 L’origine degli incontri delle grandi economie industrializzate risale al 1975, quando il Presidente francese Valéry Giscard d‘Estaing invitò i Leader di Germania, Italia, Regno Unito, dell’Italia, USA e Giappone a Rambouillet per affrontare la crisi economico – finanziaria successiva allo shock petrolifero dei primi anni ―70. Nel giugno del 1976 lo stesso spirito spinse il Presidente americano Ford a convocare un secondo incontro a Portorico, tra gli stessi Paesi più il Canada. Di qui il nome originario di Gruppo dei Sette o G7. Il successivo incontro (7 e 8 maggio 1977) si tenne nel Regno Unito che in quel momento stava esercitando la Presidenza di turno dell‘allora Comunità economica europea. La coincidenza consentì di invitare la Cee che già dall‘8 maggio 1977 partecipò alle discussioni del gruppo dei grandi (per inciso, all‘attuale vertice del 27 e 28 maggio di Taormina l‘Unione era rappresentata dal Presidente della Commissione europea J. Claude Junker e dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk). A Londra ‗77 i leader dei sette si impegnarono a contribuire alla crescita economica e al rilancio dell’occupazione, ad una maggiore cooperazione all‘interno delle organizzazioni internazionali, alla diversificazione della produzione energetica e al sostegno al commercio internazionale. Venti anni dopo la costituzione ufficiale del ―Gruppo degli 8″ o G8, con l’ingresso della Russia nonostante il suo modesto peso finanziario. Ora siamo al terzo summit consecutivo senza la Russia (cd convitato di pietra). Il G7 rappresenta oltre il 63% della ricchezza netta mondiale detenuta secondo il Credit Suisse Global Wealth Report 2013. La prassi degli incontri consacrò alcune regole auree: l‘ informalità tra leader, la schiettezza del dialogo; la trattazione dei grandi temi di attualità internazionale, la presenza di funzionari di fiducia dei Capi di stato e di governo (c.d. Sherpa), la sottoscrizione di una dichiarazione congiunta contenete impegni politici di alto livello al termine del vertice. Il G7 di Taormina Dopo la recente strage di Manchester di lunedì, la lotta al terrorismo è finita al primo posto dell’agenda trovando, ovviamente, tutti d’accordo. Più difficile è stato raggiungere un’intesa sui temi del cambiamento climatico e sul contrasto all’immigrazione clandestina. E‘ stato osservato che in passato si rimproverava ai vari G7 – G8 e simili di emanare comunicati finali generici. Scrive a questo proposito al Messaggero l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi: ―Erano tuttavia delle conclusioni frutto di un dialogo. A Taormina, è mancata l’ armonizzazione. Ed è stata sostituita dallo scontro. Sembrerebbe evidente che a far saltare lo schema sia stato in particolar modo proprio il presidente americano Trump. E‘ la conseguenza del nazionalismo spiega ancora Prodi: “Quando si dice America first si fa saltare lo spirito su cui si reggeva il G7 e si passa a un multipolarismo non coordinato, in cui gli Stati Uniti non vogliono essere parte di un gruppo ma semplicemente first. E interpretano il multipolarismo come un bipolarismo di questo tipo: io sono più forte di te, di te, di te e anche di te. Per essere più forti, devono anche 3 adottare la dottrina di dividere te da me … La mancanza della Cina, la mancanza della Russia, la mancanza di un punto di coordinamento a livello globale rendono tutto più difficile. Questa, oltretutto, è una fase in cui la debolezza dell’ Onu è parallela a quella di tutte le strutture che tendono a rappresentare la guida del mondo. Siamo ormai in un mondo frammentato, che non accetta nessun magnete”. E anche la Cancelliera tedesca è arrivata a una conclusione amara dichiarando che il vertice ha prodotto una discussione estremamente difficile. ―I tempi in cui potevamo contare completamente sugli altri, sono finiti in una certa misura, l‘ho sperimentato negli ultimi giorni e per questo posso solo dire che noi europei dobbiamo davvero portare il nostro destino nelle nostre mani – Ovviamente in amicizia con gli Stati Uniti d‘America, in amicizia con la Gran Bretagna e come buoni vicini laddove ciò sia possibile anche con altri paesi, anche con la Russia. Ma dobbiamo sapere che dobbiamo combattere per il nostro futuro da soli. Per il nostro destino in quanto europei, e questo è ciò in cui mi impegno con voi‖. A Trump è andata parzialmente male, intendiamoci, sperava di arrivare al G7 con l‘Europa frantumata dalle elezioni francesi e per questo si è trovato spesso a discutere sei contro uno. L‘uno isolato, anche se si tratta del Paese più potente del mondo, è stato proprio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Accordo sul clima. Il Presidente americano ha fatto taluni passi avanti sul protezionismo, ma non sul riscaldamento climatico, anche se gli USA lo avevano comunque sottoscritto. Mentre sei dei sette paesi confermano pienamente i loro impegni assunti con gli accordi di Parigi, gli Stati Uniti sono ancora in una fase di revisione di discussione della loro politica in questo campo. Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito hanno preferito non accettare un accordo al ribasso sul clima. Viceversa se continuare ad aderire alla convenzione di Parigi oppure no, Trump potrebbe deciderlo la prossima settimana, anche se secondo il segretario alla Difesa, James Mattis il Presidente sarebbe ―molto aperto‖ e sta ―valutando i pro e i contro‖. Terrorismo I leader hanno firmato una dichiarazione comune sul terrorismo. Il neo presidente francese Emmanuel Macron ha riassunto in questi termini: ―Le nostre discussioni ci hanno permesso di avanzare molto chiaramente in materia di lotta al terrorismo. La Francia è stata colpita in questi ultimi anni e la Gran Bretagna e l‘Egitto in questi ultimi giorni. La discussione è stata particolarmente ricca e ha permesso per la prima volta di firmare un pacchetto di impegni comuni che ci permetteranno di andare avanti su diversi fronti. La May, da parte sua, ha ringraziato il premier italiano e gli altri leader del G7 “per il sostegno mostrato davanti a questo orribile attacco”. È importante, ha detto il primo ministro britannico, che “noi leader abbiamo mostrato una fiera determinazione per assicurare che useremo ogni strumento a disposizione per combattere contro il terrorismo e proteggere i nostri popoli”. Questione migranti Sulla questione dei migranti, molto cara all‘Italia, passa il principio di una partnership con i paesi africani. Nel documento, pubblicata dall’agenzia tedesca Dpa si rinviane la bozza delle conclusioni sul diritto sovrano dei governi di chiudere le frontiere e di fissare delle soglie per i migranti e ciò naturalmente “Nel rispetto dei diritti umani e di tutti i migranti e rifugiati riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati a controllare i propri confini e a fissare i limiti chiari sui livelli di migrazione come elemento chiave della sicurezza nazionale e del benessere economico”. Si ribadisce poi “la necessità di sostenere i rifugiati il più vicino possibile ai loro paesi di origine, in modo che siano in grado di tornare” e “di creare partnership per aiutare i paesi a creare le condizioni all’interno dei loro stessi confini per risolvere le cause delle migrazioni”. I Paesi devono assicurare inoltre “una migrazione sicura, legale e organizzata” e “proteggere i migranti e rifugiati più vulnerabili come le donne, gli adolescenti, i bambini e i minori non accompagnati”. Nel documento si mette l’accento sul rafforzamento del controllo ai confini. Tutti questi, si sottolinea, “sono gli strumenti essenziali per ridurre la migrazione irregolare, combattere il contrabbando, il lavoro forzato, la schiavitù moderna e il traffico degli esseri umani e affrontare le questioni legate alla criminalità organizzata transnazionale, all’estremismo violento, 4 al terrorismo e al commercio illecito”. In questo modo, si legge ancora nella bozza del documento, “saremo in grado di salvaguardare gli aspetti positivi della migrazione riconoscendo il diritto intrinseco dei paesi ospitanti a stabilire politiche nel loro interesse nazionale”. Sicurezza del vertice. Il preannunciato assalto al fortino di Giardini Naxos da parte dei black blocks non c‗è stato. Qualche scaramuccia con la polizia sì, ma non incidenti di rilievo. La questione è piuttosto che i sette paesi più industrializzati non si si sono accordati su tutto: il clima resta fuori a causa degli Stati uniti. Sull’Obsolescenza del G 7 e delle organizzazioni internazionali. Da tempo era già evidente che il G7 fosse a rischio di obsolescenza. In realtà già oggi i Paesi che lo compongono hanno perso gran parte dell‘egemonia economica e culturale di un tempo. Secondo la Banca Mondiale, tra le sette maggiori potenze economiche mondiali per ―potere d‘acquisto‖ solo Stati Uniti, Giappone e Germania resistono. Ma la classifica vede al primo posto la Cina e al terzo l‘India. Ma ciò che è più significativo è che i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) già oggi contano più del G7. Stessa cosa vale per l‘Unione europea. Se proiettiamo al 2030 i numeri sul Pil, vediamo che questa produrrà solo il 10% della ricchezza mondiale. Non conosciamo quale posizione avrà nella società ipertecnologica che si sta profilando ma già adesso sappiamo che l‘Europa non controlla nessuna delle grandi piattaforme sulle quali viaggiano i dati e le idee che stanno plasmando l‘economia del ventunesimo secolo. Angela Merkel è stata criticata da parte di certa stampa perché le sue parole sembrerebbero evocare una sorta di isolazionismo europeo. Non ci sembra proprio il caso di dare questo significato alle parole della Cancelliera. Il problema è quello di rispondere alla globalizzazione dell‘economia e della società assai più complessa di pochi anni fa, con una capacità di governo dei problemi. La prima ad avere da perdere da una politica isolazionista sarebbe proprio la Germania del surplus commerciale. Credo che la Merkel abbia invece posto l‘accento sulla inderogabile necessità di prendere coscienza che il nostro destino, i nostri valori e culture non possono essere più lasciati alla benevolenza altrui, ma vanno difesi da noi stessi. Coscienti è il primo passo verso la consapevolezza e la consequenzialità

SVE in Ungheria in una biblioteca

Dove: Szajol, Ungheria Chi: 2 volontari 18-30 Durata: dall’1 Settembre 2017 al 30 Maggio 2018 Organizzazione ospitante: Harmónia Szkke Scadenza: 26 Maggio 2017 Opportunità di SVE in Ungheria, nella cittadina di Szajol, presso l’associazione Harmónia Szkke, un’organizzazione no profit che organizza diverse iniziative a favore dei giovani locali ed internazionali, oltre che eventi a carattere ricreativo, culturale, sociale ed ambientalista. I volontari per questo progetto SVE daranno il loro contributo alle varie attività svolte all’interno di una biblioteca. In particolare, ai volontari sarà richiesto di svolgere le seguenti mansioni:  organizzazione di attività per bambini e ragazzi locali (workshop, corsi, laboratori ecc.);  presentazione e diffusione della propria cultura d’origine;  promozione del Servizio Volontario Europeo presso istituzioni locali.

SVE in Ungheria in media e comunicazione

Dove: Debrecen, Ungheria Chi: 1 volontario/a 18-30 Durata: dal 1 giugno 2017 al 31 maggio 2018 Organizzazione ospitante: Hang-Kép Kulturális Egyesület Scadenza: 1 maggio 2017 Sound-Picture Cultural Association è un’associazione che si occupa di media e comunicazione. Il servizio volontario si svolgerà presso gli uffici dell’associazione situati nel centro di Debrecen. Il progetto prevede l’apprendimento di capacità nel mondo della fotografia, del video-making e del video-editing, nonché la partecipazione ad eventi svolgendo in questi attività giornalistica. Il volontario lavorerà all’interno del team dell’associazione assieme ad altri volontari provenienti da diversi paesi europei. Egli si occuperà di fotografia, video, animazioni e di attività giornalistica durante diversi eventi culturali. Egli riceverà adeguata formazione per lo sviluppo di diverse abilità comunicative. Egli collaborerà inoltre con diverse associazioni giovanili locali nell’organizzazione di attività, eventi e nella promozione di progetti all’interno del programma Erasmus+.

Avviso pubblico per il potenziamento della Cittadinanza europea

Il PON ―Per la Scuola – Competenze e ambienti per l’apprendimento‖ è un Programma plurifondo finalizzato al miglioramento del servizio istruzione. Risorse: circa 80 milioni di euro. Obiettivo: accrescere la conoscenza e la consapevolezza da parte degli studenti e delle studentesse del significato dell’appartenenza all’Unione europea, attraverso attività laboratoriali, corsi di lingua con docenti madrelingua e periodi di studio all’estero, in coerenza con gli obiettivi dal programma di mobilità Ue Erasmus +. Nello specifico l’avviso finanzia due Sottoazioni del PON Scuola: 1. Sottoazione 10.2.3B  A. Potenziamento linguistico, con contributi per un importo massimo di 11mila euro per un modulo e fino a 22 mila euro per due moduli;  B. Competenze di cittadinanza europea, con contributi fino a 6 mila euro per la realizzazione di un modulo obbligatorio; 2. Sottoazione 10.2.3C  A. Mobilità trasnazionale, con contributi fino a 45. mila euro per un modulo;  B. Competenze di cittadinanza europea, con contributi fino a 6 mila euro per un modulo obbligatorio. Ogni istituzione scolastica può presentare un progetto, con massimo due moduli, per la sotto azione 10.2.3B e un progetto con un unico modulo per la sotto azione 10.2.3C. Entrambi le sotto azioni e i tipi di intervento prevedono un previo approfondimento delle tematiche legate alla cittadinanza europea (da attuarsi mediante specifico modulo da svolgersi presso la propria sede). Beneficiari: le proposte progettuali possono essere presentate dalle istituzioni scolastiche statali secondarie di primo e di secondo grado appartenenti a tutte le Regioni, con l’esclusione della Regione Valle d’Aosta e della Provincia autonoma di Bolzano che, a seguito di accordi da sottoscrivere con il Ministero dell’istruzione, saranno destinatarie di una specifica procedura. Termini per l’invio dei progetti: decorrono dalle ore 10.00 del 17 aprile 2017 alle ore 15.00 del 26 maggio 2017, mentre per la trasmissione dei piani firmati digitalmente c’è tempo dalle ore 10.00 del 29 maggio 2017 alle ore 15.00 del 5 giugno 2017.

Programma di scambio con la Cina per i giovani agricoltori europei

Il Commissario per l’Agricoltura Phil Hogan e il Ministro dell’agricoltura cinese hanno avviato ufficialmente un programma, per i giovani agricoltori europei e cinesi, volto ad approfondire la cooperazione bilaterale tra i due blocchi e a trarre insegnamenti comuni alla luce delle difficoltà a preservare la vitalità e l’attrattività delle zone rurali, a ovviare alla mancanza di ricambio generazionale in agricoltura e a promuovere un settore agricolo sostenibile, competitivo e moderno Durante la cerimonia di apertura, il Commissario Hogan ha dichiarato: “Sia in Europa, che in Cina che in tutte le altre regioni del mondo, dobbiamo incoraggiare una nuova generazione di giovani imprenditori del settore agricolo a sviluppare il settore agroalimentare del XXI secolo. Sono grato di questa opportunità di approfondire il rapporto molto positivo e costruttivo avviato durante le mie visite in Cina l’anno scorso.” Nell’ambito di visite di studio, i partecipanti avranno l’opportunità di scambiare buone pratiche, in particolare riguardo alle tecniche ambientali, e di accrescere la comprensione reciproca tra giovani agricoltori chiamati ad affrontare problematiche simili. I risultati di queste visite potranno servire ai legislatori come base di riflessione in materia di pratiche agricole sostenibili. Questo programma di scambi si iscrive nel quadro del piano di cooperazione tra l’UE e la Cina nei settori dell’agricoltura e dello sviluppo rurale. L’invito a presentare le candidature per partecipare alle visite sarà aperto quest’estate.

I Giovani italiani 1° in Europa per la sfiducia nella politica Indagine Ue tra coetanei di 19 Paesi dell’Unione

Ben il 94 per cento dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni non ha fiducia nella politica, la quota più alta tra 18 Paesi Ue seguita da quella di Francia e Grecia, entrambi al 92 per cento. La maggior parte dei nostri giovani ritiene inoltre che la scuola non prepari adeguatamente al mondo del lavoro dove, una volta arrivati, non si è valorizzati e adeguatamente retribuiti. Sono alcuni dei principali risultati del sondaggio ‘Generation What Europe’ condotto su centinaia di migliaia di giovani tra i 18 e i 34 anni in 18 Paesi Ue – in Italia circa 114mila con oltre 10 milioni di singole risposte – dall’Unione europea di radiodiffusione (Uer) di cui fa parte l’italiana Rai. Il 59 per cento dei giovani italiani non ha alcuna fiducia nei politici, il 35 per cento ne ha poca e nessuno si fida ciecamente. Il 26 per cento pensa che tutti i politici siano corrotti, il 69 per cento ritiene che lo siano alcuni e solo il 5 per cento che il fenomeno sia limitato. Scarsa fiducia anche nella giustizia: il 25 per cento dei giovani non ne ha alcuna, il 46 per cento poca e solo il 4 per cento si fida completamente. Male anche la speranza nell’Europa, con il 19 per cento che non ci vede nulla di buono, il 41 per cento piuttosto pessimista e solo il 7 per cento completamente ottimista. Tuttavia il 74 per cento dei giovani italiani continua a considerarsi anche europeo. Per quanto riguarda il lavoro, la mag- 12 gior parte dei giovani italiani occupati (31 per cento) ritiene che il proprio stipendio non sia in linea con le proprie competenze professionali, percentuale che sfuma fino a raggiungere il 5 per cento che si ritiene soddisfatto. Questo dato contribuisce a un sentimento di frustrazione che vede il 28 per cento dei giovani lavoratori non ritenersi adeguatamente ricompensato dei propri sforzi. I giovani si dicono scontenti del sistema scolastico italiano: il 39 per cento ritiene che questo non prepari assolutamente all’ingresso nel mondo del lavoro e il 25 per cento che non garantisce a tutte le stesse opportunità. La maggior parte dei giovani (72 per cento) pensa che la formazione dovrebbe essere interamente a carico dello stato e non personale (28 per cento). Giovani divisi sulla visione del proprio futuro: a fronte di un 43 per cento che immagina un futuro positivo, un 38 per cento si dice invece piuttosto pessimista. Per quanto riguarda la sfera personale, il 32 per cento degli italiani ritiene che il matrimonio sia solo un pezzo di carta mentre la maggior parte (75 per cento) ritiene importante avere dei figli. Al ribasso anche la religione, con l’86 per cento che pensa di poter essere felice anche senza alcun credo religioso.

Come la politica di coesione dell’UE può aiutare le regioni a basso reddito e a bassa crescita

In una relazione pubblicata l’11 aprile 2017 sulle regioni dell’UE in ritardo per quanto riguarda la crescita e la ricchezza, la Commissione individua percorsi chiari per sostenere le strategie di crescita a livello regionale con l’aiuto dei fondi UE. Nella relazione vengono valutati gli elementi che favoriscono e quelli che ostacolano la competitività in tali regioni e si indaga il motivo per cui queste non hanno ancora raggiunto i livelli di crescita e di reddito previsti per l’UE. In particolare nella relazione si individuano le aree in cui tali regioni hanno bisogno di investire, cioè il capitale umano, l’innovazione, la qualità delle istituzioni e una migliore accessibilità, e gli strumenti disponibili nel quadro della politica di coesione dell’UE di cui potrebbero beneficiare. Corina Crețu, Commissaria per la Politica regionale, ha dichiarato: “Qualunque sia l’ostacolo allo sviluppo, la politica di coesione ha una risposta. Le strategie di sviluppo regionale su misura, se combinate alle precondizioni volte a rafforzare gli investimenti futuri, possono rendere tali regioni attraenti ai residenti, ai lavoratori e alle imprese. Questo è ciò che facciamo: aiutiamo le regioni a capire quali sono i loro bisogni e i loro punti di forza competitivi e forniamo strumenti per una migliore definizione delle loro politiche.” In otto Stati membri 47 regioni sono state attentamente studiate e classificate come “regioni a bassa crescita”, con un PIL pro capite fino al 90% della media UE, ma una persistente mancanza di crescita, o come “regioni a basso reddito”, in cui il PIL pro capite è in crescita, ma è ancora inferiore al 50% della media dell’UE. In tali regioni vivono 83 milioni di abitanti, vale a dire 1 cittadino UE su 6. Un gruppo è concentrato soprattutto nell’Europa meridionale, mentre un secondo gruppo nella parte orientale. Le economie delle regioni a basso reddito possono essere rilanciate mediante una combinazione efficace di investimenti nell’innovazione, nel capitale umano e nella connettività Le strategie di specializzazione intelligenti possono contribuire a migliorare le capacità di innovazione delle regioni che hanno un basso indice di competitività regionale e in cui manca una interazione efficiente tra le università e il mondo imprenditoriale locale. Occorre incentivare gli investimenti in capitale umano e migliorare le competenze della forza lavoro mediante attività di formazione professionale e di apprendimento permanente, che possono essere finanziate dai fondi della politica di coesione. In questo modo è possibile evi- 11 tare la svalutazione delle competenze e la mancata corrispondenza tra l’offerta formativa e la domanda del mercato del lavoro. Rendere una regione più attraente per i giovani talenti e le imprese significa anche migliorare i collegamenti tra le città e con le zone periferiche e rurali della regione. Ciò consente una maggiore distribuzione dei benefici dai principali poli economici all’intera regione. Molte regioni a basso reddito devono far fronte a carenze significative nell’infrastruttura, motivo per cui occorre dare priorità agli investimenti nelle reti di trasporto chiave. Le regioni a bassa crescita trarrebbero beneficio da una capacità istituzionale più forte e da riforme strutturali La relazione fornisce ulteriori elementi di prova del fatto che le politiche di sviluppo possono essere messe pienamente a frutto solo in un ambiente favorevole agli investimenti e solo se vengono attuate da amministrazioni solide in modo trasparente, affidabile ed efficiente. Ciò è di particolare rilevanza per le regioni a bassa crescita, che hanno mostrato miglioramenti limitati nelle capacità istituzionali, non sono state in grado di sfruttare al meglio gli interventi della politica di coesione e di conseguenza sono cresciute meno e sono state più esposte agli effetti della crisi economica. Per migliorare gli effetti della spesa regionale, nazionale e dell’UE vanno abbattute le barriere trasversali e di settore che ostacolano gli investimenti. Le precondizioni della politica di coesione volte a rafforzare gli investimenti possono costituire potenti incentivi per affrontare gli ostacoli agli investimenti individuati nella relazione. Le priorità dovrebbero essere: rendere l’ambiente imprenditoriale più flessibile, riducendo la burocrazia, il tempo e i costi necessari alla creazione di nuove imprese e alla gestione delle PMI; migliorare l’efficienza, la trasparenza e l’affidabilità delle amministrazioni pubbliche e dei servizi; e modernizzare le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, digitalizzandole. Contesto Nel giugno 2015 la Commissione ha avviato un’iniziativa intesa a esaminare i fattori che frenano la crescita e gli investimenti nelle regioni a basso reddito e a bassa crescita dell’UE. In linea con questa iniziativa, la relazione analizza le necessità di investimento, i fattori che determinano la crescita, il quadro macroeconomico e il bisogno di riforme strutturali di tali regioni. L’iniziativa e questa relazione fanno parte di un più ampio impegno della Commissione a fornire alle regioni un’assistenza su misura per aiutarle a migliorare il modo di gestire e investire i fondi della politica di coesione e per promuovere una maggiore responsabilizzazione, un migliore coordinamento e una più proficua individuazione delle priorità nelle strategie di investimento e di sviluppo regionali.