Verso il referendum sulla “Brexit”

Tra nove giorni i britannici saranno chiamati al voto per decidere se il Regno Unito rimarrà o meno nell’UE.

I sondaggi dicono che sarà un testa a testa. Ma come si è arrivati a questo referendum e quali sono le possibili conseguenze di un’eventuale vittoria del “sì” alla Brexit?

Durante la campagna elettorale del 2015 David Cameron aveva promesso che, se fosse stato rieletto, avrebbe indetto un referendum per dare ai cittadini britannici la possibilità di pronunciarsi su un tema che da decenni divide il partito conservatore e che ha recentemente portato al successo l’UKIP, il partito anti UE e anti immigrazione. Dando voce ai cittadini, Cameron auspicava di placare gli euroscettici del suo partito…invece con il passare dei mesi le divisioni si sono accentuate. Nel febbraio scorso i Capi di governo dei 27 avevano votato per concedere delle “agevolazioni” al Regno Unito in modo da scongiurarne l’uscita dall’UE e così Cameron si era impegnato a spingere affinché il suo Paese rimanesse nell’Unione. Ecco quindi che dalle 7 alle 22 di giovedì 23 giugno si andrà alle urne. Voteranno i cittadini britannici, quelli irlandesi e del Commonwealth che hanno la residenza in Gran Bretagna (ma non i cittadini di altri Paesi UE); il voto postale invece è già avvenuto. Il referendum non prevede quorum. Il premier Cameron, il ministro delle finanze, il ministro dell’interno e circa la metà dei deputati conservatori sono per rimanere nell’UE. Come pure la grandissima maggioranza dei deputati laburisti, tutto il partito liberaldemocratico e i Verdi. Per restare nell’UE sono anche la gran parte degli irlandesi (l’Irlanda avrebbe un grosso impatto economico negativo nel caso di vittoria dei pro-Brexit), con il Sinn Fèin che in caso di Brexit vuole chiedere la riunificazione dell’Irlanda e la sua adesione all’UE e anche la gran parte degli scozzesi, intenzionati eventualmente a chiedere l’indipendenza e l’adesione all’UE. Pure la maggioranza delle grandi imprese non vuole lasciare l’UE. Favorevoli alla Brexit sono invece l’UKIP e i suoi quattro milioni di elettori, una metà dei deputati conservatori fra i quali cinque ministri, il Democratic Unionist Party dell’Irlanda del Nord e molte piccole e medie imprese. In caso di vittoria della Brexit inizierebbero i negoziati fra Bruxelles e il Regno Unito e l’uscita del Paese non si avverrebbe prima di due anni, durante i quali Londra dovrebbe continuare a rispettare le regole UE senza però avere voce in capitolo. Secondo Cameron l’eventuale Brexit avrebbe conseguenze economiche disastrose per il Regno Unito con lo Stato che, a causa del crollo dell’economia, non riuscirebbe più a pagare le pensioni e anche i bilanci del servizio sanitario nazionale e delle forze armate sarebbero a rischio. Secondo il premier il “buco nero” delle finanze inglesi potrebbe essere tra i 20 e i 40 miliardi di sterline. Anche il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE e gli studi delle maggiori banche confermano che il danno per l’economia d’oltre Manica sarebbe grande e permanente, non temporaneo come invece sostengono i sostenitori della Brexit. La Scozia, fortemente filo-europea, potrebbe indire un secondo referendum, questa volta con la volontà di chiedere l’indipendenza dal Regno Unito e la successiva adesione all’UE. E quali sarebbero le conseguenze per il resto dell’UE? Gli esperti prevedono un impatto sicuramente negativo per l’economia europea, in ogni caso molto meno forte di quello interno al regno Unito. Il rischio maggiore sarebbe politico, perché la vittoria dei pro-Brtexit potrebbe dare la carica ai partiti antiUE in altri paesi europei che potrebbero voler seguire le orme della Gran Bretagna, anche se in realtà probabilmente solo Svezia e Danimarca, cioè gli Stati membri che non hanno l’euro, potrebbero tecnicamente uscire; l’uscita di un Paese dell’eurozona sarebbe troppo destabilizzante, oltre che complicata da realizzare. Come detto i sondaggi delle ultime ore ci dicono che è un testa a testa: sembra che i sostenitori del “leave” siano in vantaggio di un paio di punti percentuali su quelli che voteranno “remain” e a decidere saranno i numerosi che ancor oggi si dichiarano indecisi su cosa votare o indecisi se andare a votare. Il forte astensionismo sarebbe infatti un fattore che andrebbe a vantaggio della Brexit perché, come successo in occasione delle elezioni europee, i cittadini che vanno a votare sono generalmente gli euroscettici.